Si
parlerà a Cosenza - Biblioteca Nazionale
di
Pierfranco Bruni

Bella con i sogni tra i versi e le parole
che raccontavano solitudini nel tempo perduto in un feudo tra la Calabria e la Basilicata. Suo
padre era il signore di Favale.
Un feudo nella valle del Sinní. Era
avverso agli spagnoli e quando i francesi vennero scacciati dal Regno di Napoli
il padre di Isabella si rifugiò in Francia. Isabella fu affidata alla cura dei
fratelli che la costrinsero a vivere in una tragica solitudine.
Isabella si innamorò del poeta Diego
Sandoval de Castro sposato con Antonia Caracciolo. I fratelli appena scoperta
la relazione, senza pensarci due volte, uccisero Isabella e poco dopo tesero un
agguato al suo amante e lo trucidarono.
Era bella Isabella. Nel castello di
Favale. Era bella mentre tendeva lo sguardo a Diego Sandoval, mentre si
amavano, mentre giocavano nel tempo tragico a perdersi e a ritrovarsi. Era
bella Isabella nell’ultimo amplesso mentre con tristezza recitava:
“Ogni mal ti perdono,/né l’alma si dorrà
di te giammai,/se questo sol farai,/ahi, ahi, Fortuna (e
perché far no ‘i dei?):/che
giungan al gran Re li sospiri miei”.
L’eco di lontananza e le voci del vento
setacciate nella notte. Notte di stelle e di tragedie. Favale era un deserto.
Giovanni Michele di Morra al servizio del Gran Re si trovava lontano dalla sua
terra. Isabella lo invocava. Lanciava
messaggi. E cantava una melanconia struggente:
“Torbido Siri, del mio mal superbo/or
ch’io sento da presso il fine ama/…/Dilli come, morendo, disacerbo
/l’aspra fortuna e lo mio lato
avaro, /e, con
esempio miserando e raro,/nome
infelice a le tue onde io serbo. /Tosto cb’ei giunga a la sassosa riva /(a che pensar m’adduci, o fiera stella,/come d’ogni mio ben son cassa e priva!),/inquieta l’onde con crudel procella,
/e di: «M’accrebber sì, mentre
fu viva, /non gli
occhi no, ma i fiumi d’Isabella”.
Isabella morì sotto i colpi dei fratelli.
E anche l’amante poeta. Tra i sogni in un gioco infinito. Si perse un amore nel
tradimento consumato. E la fantasia era nella vita. Fantasia e biografia: su
questo tracciato si snocciola il mondo poetico di Isabella Di Morra. Un
tracciato poetico teso sulla corda di una esistenzialità inquieta e addolorata.
Che cosa fu la poesia per Isabella? Una
tragica coincidenza? Il linguaggio come liberazione o come sintesi di una vita
? Chi lo potrà mai confermare? E’ certo che Isabella invocò sempre il padre. Il
padre come identità perduta. L’amore per Diego Sandoval come riferimento
ritrovato. Ma le coincidenze a volte sono più crudeli della vita stessa.
Gli amanti traditi in un rapporto d’amore
vissuto sul tradimento. E Antonia Caracciolo ? Quale tradimento più atroce
dovette subire ? Tradita e beffata. E non c’era, nel tutto, un filo sottile
d’ironia. Ma il destino è un cammino segnato che tocca le corde del tempo e
incrocia l’amore con la morte.
Isabella era bella lungo il fiume Siri (o
Sinni). E raccoglieva parole per raccontare favole o gloria di un tempo andato.
E chiedeva al padre di ritornare. Ma il tempo è lungo e le ore sono brevi. Il
tempo si sbriciola e i ricordi si condensano nella memoria. Tutto, alla fine, è
memoria. Anche il suo canto è una voce nella memoria che ritaglia sogni nelle
fantasie che si fanno futuro.
Ci sono racconti che imprigionano misteri
e racconti che si chiudono nella solitudine. I destini si incrociano. Isabella
e Diego Sandoval. 0 quell’altra storia di sofferta malinconia tra Bianca Lancia
di Agliano e Federico. L’imperatore Federico e Bianca. L’imperatore muore poco
dopo aver coronato il suo sogno d’amore con Bianca.
Dopo aver legittimato suo figlio
Manfredi. Ci sono viaggi imprevedibili e percorsi che diventano insondabili e
indefinibili. Isabella e Diego si sono amati pur sapendo a cosa andavano
incontro. Ma ci sono segreti tra le pieghe di ognuno di noi che non vorremmo
rivelare neppure a noi stessi. La vita è una tragedia che continua.
Per Isabella non c’era uscita diversa
dalla sua tragedia. Il suo canto disperato è una testimonianza di fuoco. Erano
le lacrime e il sangue che scorrevano nel Siri. E si faceva triste la sera.
Sotto la luna si intonavano rime di dolore. Una delle prime raccolte delle
poesie di Isabella apparve a Venezia nel 1552 ma a Napoli venne pubblicata la
raccolta integrale nel 1693. A
riscoprirla fu Benedetto Croce.
Poesia di meditazione. Poesia semplice.
Poesia di tristezza. Poesia della consapevolezza. Sono state usate tante
terminologie. Isabella Di Morra resta nella poetica della tragedia: sia
biograficamente sia letterariamente. Forse anche una poesia della solitudine.
“Quella ch’è detta la fiorita
etade,/secca ed oscura, solitaria ed erma,/tutta ho
passato qui cieca ed inferma”.
Una commozione intensa pervade il dettato
poetico. I sogni sono dentro l’angoscia e le disperazioni sono graffi sui muri
del castello di Favale. E’ un fiume che scorre. Ci sono parametri letterari sui
quali si potrebbe riflettere. Ma Isabella è la biografia che si fa poesia e
gioca con le onde di un amore – fantasia.
“Deh, mentre ch’io mi lagno e giorno e
notte,/ o fere, o sassi, o orride ruine,/o selve incolte, o solitarie
grotte,/ulule e voci, del mal nostro indovine,/piangete meco a voci alte
interrotte/il mio più d’altro miserando fine”.
In Leopardi ritorna questo canto. Una
tensione senza sirene che freme nell’angustia dei giorni che passano e
conducono inavvertitamente alla fine. In ogni fìne c’è sempre la fine di un
tempo. Ci si consuma aggrappati ad una attesa. E Isabella è stata colta dentro questa
attesa. Ma forse c’è anche un’attesa che manca.
Una poesia fatta di tensioni. Nelle
biografie ci sono sempre misteri intrecciati a segni indecifrabili.
Chi potrà mai penetrare i misteri o chi
potrà mai entrare dentro il fiume dei segreti? E’ vero. Isabella era bella.
Nella disperazione era bella. La sua poesia è una testimonianza che continua a
tracciare percorsi.
La solitudine e poi la tragedia di
Isabella alla fine si trasformano in disperazione. Disperazione senza speranze,
disperazione senza ancore, disperazione chiusa nel silenzio. Amore e morte. Ma
l’amore è nella morte e la morte (e aveva ragione Michelstadter) è nell’amore –
vita.
Il destino crudele la circondò. La
avvolse nel suo mantello. Il suo testamento non giunse a termine. Pagine bianche.
E poi c’è la morte. Ma il tempo è più della morte. Ecco perché ancora si
racconta di Isabella Di Morra: donna di Favale nata nel 1520 e morta uccisa nel
1546. I suoi versi recitano e il suo amore per
Diego Sandoval è oltre il fiume. Ma la vita è nel tempo e l’amore è un segreto.
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