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Maria Rosaria Patitucci |
Vivere con eleganza è vivere in pienezza di cuore. Mai cercare o chiedere alla vita ciò che non è necessario. Bisogna capire cosa può essere utile per renderlo necessario e cosa può essere necessario perché possa essere utile. Siamo esposti ad un gioco troppo rischioso. È come se avessimo bisogno di stare sempre al centro dell’attenzione di un immaginario che a volte neppure ci appartiene e spesso dimentichiamo che siamo persone e dobbiamo confrontarci con i problemi come persone e non come un immaginario di persona.
Viviamo
qui. Non altrove. Il nostro mondo è la quotidianità. Non l’immaginario. Vivere
qui significa non dimenticare che siamo persone con una storia, con delle
problematiche, con una fragilità di emozioni che ci appartengono e siamo,
comunque, figli di una società che ha ereditato valori disgiunti. Quelli dei
nostri genitori e quindi della società vissuta dai nostri genitori. Quelli dei
figli e del tempo nel quale si trovano a vivere e nel quale noi coabitiamo
sforzandoci di comprenderlo, di capirlo e di assottigliarlo alle nostre
esperienze.
Siamo
eredi del necessario ma viviamo nel superfluo. È una visione, questa, di una
donna, diciamo di una persona tout court,
che non ha mai smesso di legare l’utile al necessario cercando, o sforzandosi,
di camminare con i piedi per terra, ovvero poggiati su un tessuto solido di
valori e di principii che sono dati dalla famiglia, dal bene, dal rispetto,
dalla lealtà e dal fatto di non giudicare mai.
Ascolto
con attenzione. Almeno penso di ascoltare con attenzione e nel parlare punto lo
sguardo dentro di me perché so che ogni parola ha un suo tributo, una sua
consolazione, un suo dire.
Anche
quando dico di non voler giudicare o di non giudicare, una semplice parola
potrebbe creare sospetti. Forse per questo non vedo mai i torti degli altri e
sempre mi dico che avrei potuto dare di più.
Bisogna
sempre dare di più. Avere come principio il rispetto e il perdono rende la vita
ricca di esperienze.
Oggi
viviamo una realtà in cui il superfluo è una metafora dell’abbondanza. Nei
fatti concreti non è così. Tutto diventa rappresentazione dell’immaginario.
Siamo completamente provocati dallo straordinario. Basterebbe vivere l’ordinario
nella semplicità, ma l’attrazione è terribile.
Il
concetto di benessere credo che, in questo particolare momento, equivale non ad
una forma di ricchezza consolidata, ma a ciò che l’apparenza possa mostrare.
L’apparenza è un altro rischio che allontana da noi la serenità del quotidiano.
Vivere con eleganza significa vivere nella religiosità del bene, ma vivere
quotidianamente avendo come voce la grazia della tolleranza, della
comprensione, del non condannare.
Ascolto
con molta attenzione le parole di Papa Francesco. Dal suo linguaggio l’umiltà e
il perdono sogno segni imprescindibili. Un Papa che ha visto in San Francesco
d’Assisi la cortesia della eleganza del pensiero umano.
La
fede non si cerca. La fede si ha. Proprio perché la fede è un dono non bisogna
interpretarla, ma viverla con la pazienza del dono. In una società del
superfluo persino la preghiera corre il rischio di diventare altro rispetto
alla misura ordinaria della misericordia.
La
preghiera è anche una eleganza che si porta nel cuore perché ci permette di non
allontanarci dalla grande storia e dal grande mistero nel quale ci ha portato
Cristo.
La
fede ci permette di leggere la vita non in una strategia retrospettiva, ma ci
pone sempre delle domande che diventano una consolazione per le risposte.
La
preghiera è un resistere al dolore attraversandolo con gli occhi
dell’attenzione misericordiosa.
Non
mi chiedo se la fede è necessaria. Neppure se è utile. La fede ci fa capire la Grazia e ci regala la
riflessione dell’accoglienza. Cosa è necessario e cosa è utile?
Chi
penetra l’eleganza vive con pazienza, perché convive con l’inquietudine
dell’attesa che è destinataria di speranza. Vivere con eleganza è vivere in
pienezza di cuore.
*il libro di Maria Rosaria
Patitucci dal titolo “Vivere con eleganza”, vedrà la luce nel prossimo mese di
giugno con la Casa
editrice “Pellegrini” di Cosenza.
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